La riforma sulla disabilità annunciata come svolta epocale si è rivelata, nei fatti, tutt’altro. Un paradosso amministrativo con un cuore crudele: promette inclusione, produce esclusione. Basta guardare i numeri, basta ascoltare chi vive questa riforma sulla propria pelle.
A Trieste, dove Basaglia una volta apriva le porte ai diritti, oggi le porte si richiudono. In una città che storicamente è stata modello di sanità territoriale, l’Inps riesce a lavorare solo 350 pratiche su oltre 5.000 richieste abituali. Il tempo medio per la conclusione di una pratica è di 113 giorni, contro i 30 previsti per i minori e i 15 per gli oncologici. È un tempo rubato a chi non ne ha, a chi ha un bisogno urgente, reale, documentato. È il tempo della burocrazia che si traveste da riforma.
La macchina burocratica che divora i diritti
A Firenze gli accessi mensili al patronato Cgil sono passati da 1.000 a 40. Il certificato medico introduttivo, che prima richiedeva 30 minuti, oggi ne richiede fino a 90. È diventato un onere aggiuntivo per medici già stremati dalla carenza di personale. A pagarne il costo – anche in senso letterale, visto che il prezzo del certificato è lasciato al libero mercato – sono le famiglie fragili, i malati, i minori con disabilità.
Il meccanismo è sempre lo stesso, provincia dopo provincia. A Frosinone il crollo delle domande è del 90%. Il segretario della Cgil Giuseppe Massafra parla di “paralisi”, di una riforma che stoppa i diritti prima ancora che vengano espressi. I medici non riescono a stare dietro al carico burocratico, le piattaforme informatiche sono inaffidabili, i costi aumentano. E nel silenzio, non vengono pubblicati nemmeno i dati ufficiali. Il risultato? Mille parole sull’inclusione e un deserto di fatti.
Una riforma senza gambe, né volontà
A Brescia, la riforma si è abbattuta come una diga sui diritti in piena. Le domande sono passate da 2.500 al mese a 400. Un collasso che coinvolge 2.100 persone fragili escluse dal sistema. La riforma è partita senza decreti attuativi, senza un piano per le assunzioni, senza un confronto vero. I patronati sono stati marginalizzati, i medici abbandonati, le Asl sostituite da tre soli centri Inps per tutta la provincia. È come costruire una scuola senza classi e poi lamentarsi che nessuno impara.
La ministra Locatelli promette “un nuovo sguardo” che valorizzi le persone. Ma la sensazione è che le persone non vengono nemmeno viste. Sono filtrate, ritardate, rimbalzate da un sistema che non ha le gambe per reggersi e ancor meno per camminare con chi ne ha più bisogno.
La riforma, così com’è, è una trappola: pretende digitalizzazione senza fornire strumenti, impone tempi senza fornire personale, invoca semplificazione mentre moltiplica gli ostacoli. Il risultato è un’Italia divisa tra chi riesce ad accedere ai diritti e chi no. Non per colpa, ma per residenza, per caso, per mancanza di un medico o di un clic funzionante. È la lotteria dell’invalidità, dove vincono solo i più fortunati. E perdere significa restare senza reddito, senza supporto, senza tutele. Significa vivere, o morire, con un diritto negato.
La domanda che resta è semplice: chi si prenderà la responsabilità di questo disastro? Chi ammetterà che l’urgenza non era un annuncio in conferenza stampa ma un piano serio, condiviso, umano? Chi dirà che sperimentare sulle persone fragili è un atto politico di violenza? Si poteva ascoltare, si poteva correggere, si poteva fare meglio. Invece si è scelto di non farlo. Perché questa non è solo l’ennesima riforma maldestra. È un atto di selezione sociale mascherato da modernizzazione. È la dimostrazione che si può parlare di diritti senza volerli davvero garantire. E se questa è l’Italia che si prepara al 2026, allora conviene iniziare a usare le parole giuste: non riforma, ma fallimento. Non innovazione, ma esclusione. Non disabilità, ma disuguaglianza.