L’Ue risponderà. Con decisione. Nonostante le titubanze italiane, con un governo sempre pronto a schierarsi con Donald Trump invece che nel difendere gli interessi delle nostre industrie. L’annuncio di dazi al 25% sulle auto importate negli Stati Uniti affossa i titoli del settore in Borsa, preoccupa le aziende e scatena la reazione europea. La Commissione Ue, con un suo portavoce, assicura che l’Unione è preparata: “Siamo pronti a tutelare i nostri interessi economici e, se necessario, forniremo una risposta ferma, proporzionata, solida, ben calibrata e tempestiva a qualsiasi misura sleale e controproducente”.
Il dialogo resta, così come la volontà di rafforzare le relazioni con gli Usa, ma “le misure annunciate vanno nella direzione completamente sbagliata”. Bruxelles sta valutando la lista dei prodotti su cui applicare contromisure e assicura che sarà “ben selezionata per provocare il massimo impatto nei confronti degli Stati Uniti e ridurre al minimo l’impatto sull’economia dell’Ue”. L’Italia, come al solito, è molto più timida: il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dice che i dazi saranno dannosi anche per gli Usa, ma ribadisce di voler evitare una guerra commerciale. Molto più decisa la risposta tedesca o quella del presidente francese, Emmanuel Macron, definendo un “paradosso” il fatto che i principali alleati degli Usa sono “i primi a essere tassati” e criticando un’idea ritenuta sbagliata dal punto di vista economico, geopolitico e tempistico.
Dazi, le aziende del settore auto in allarme: chi rischia di più
L’industria dell’auto si allarma, quella tedesca chiede negoziati. La Ferrari risponde con un aumento dei prezzi fino al 10%, pur confermando i target finanziari nonostante i rischi di redditività. In Borsa crollano i titoli dell’automotive, a partire da General Motors e Ford, tra le più colpite dei dazi (con il rischio di un utile operativo in calo del 30%, secondo gli analisti). Soffre anche Stellantis, anche se l’impatto in questo caso dovrebbe essere minore, così come per Renault che punta più sul mercato europeo. Protestano pure le compagnie Usa e persino Elon Musk parla di rischi significativi per Tesla.
In realtà gli analisti lo smentiscono, perché Tesla produce in Usa e gran parte delle sue componenti non viene importata. Le più colpite saranno Porsche e Mercedes, con un impatto potenziale da 3,4 miliardi e il rischio di un aumento dei prezzi. Intanto una risposta ferma a Trump arriva dalla Cina: Pechino ha respinto l’offerta del presidente Usa di offrire concessioni doganali in cambio di un accordo per la vendita delle attività statunitensi di TikTok. Nulla da fare, la Cina non cede.