Studenti spiati sui social, chi critica Bibi non entra negli Usa

Marco Rubio ordina il controllo dei social per i visti studenteschi: chi critica Israele o gli Usa può essere espulso o respinto

Studenti spiati sui social, chi critica Bibi non entra negli Usa

Il nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, ha deciso che la libertà di parola ha un limite ben preciso: l’ingresso sul suolo americano. Con un cablogramma inviato il 25 marzo a tutte le sedi diplomatiche, ha ordinato ai funzionari consolari di passare al setaccio i social media delle persone che richiedono visti per studio o scambi culturali. Un controllo ideologico mascherato da “sicurezza nazionale”. Il bersaglio, neanche troppo nascosto, sono gli studenti che hanno espresso solidarietà per le persone palestinesi durante la guerra di Israele a Gaza.

La misura segue di poche settimane due ordini esecutivi firmati da Donald Trump per autorizzare l’espulsione di cittadini stranieri con presunti “atteggiamenti ostili” verso la cultura, il governo o i princìpi fondanti degli Stati Uniti. Tra loro, anche studenti e studentesse sospettati di antisemitismo, una definizione che nell’Amministrazione attuale include chiunque abbia criticato la guerra israeliana.

Il sospetto è la nuova colpa

Secondo il cablogramma, chiunque abbia avuto un visto F, M o J tra ottobre 2023 e agosto 2024 e abbia pubblicato contenuti critici verso gli Usa o Israele può essere segnalato all’unità antifrode per controlli aggiuntivi. Le ambasciate devono cercare “attitudini ostili” verso cittadini, istituzioni o princìpi americani. L’ambiguità della formula è voluta: consente di respingere una richiesta di visto sulla base di una dichiarazione, un like, una frase fuori contesto. L’obiettivo è dissuadere chiunque critichi pubblicamente l’operato statunitense.

Rubio lo ha detto chiaramente in un’intervista a CBS News: “Non vogliamo persone che minano la nostra sicurezza. Specialmente se sono ospiti”. Il criterio è semplice: se avessimo saputo cosa pensavano prima, non li avremmo fatti entrare. Il messaggio agli studenti stranieri è: autocensura o addio all’America.

Non è solo teoria. Dall’insediamento a gennaio, Rubio ha revocato almeno 300 visti, molti a studenti e studentesse. Tra i casi più noti, Rumeysa Ozturk, turca, fermata per strada a Somerville da agenti mascherati: aveva scritto un articolo per il giornale universitario in cui chiedeva il disinvestimento da Israele. O Mahmoud Khalil, siriano, residente permanente, e Yunseo Chung, sudcoreana, a cui è stata tolta la green card. Avevano partecipato a proteste a Columbia University.

Anche Oscar Arias, ex presidente del Costa Rica e premio Nobel per la pace, si è visto revocare il visto per aver paragonato Trump a un imperatore romano. Il messaggio è chiaro: chiunque può essere colpito.

L’intelligenza artificiale come censore globale

Nel 2019, sotto l’amministrazione Trump, il Dipartimento di Stato aveva introdotto l’obbligo di dichiarare gli account social nei moduli di richiesta visto. Ora si passa allo screening sistematico, con l’uso di intelligenza artificiale. Una macchina che macina opinioni e sputtana vite. Gli algoritmi, progettati per valutare la “compatibilità culturale”, sono in realtà un filtro ideologico permanente.

Rubio ha detto che “a un certo punto finiranno, perché li avremo espulsi tutti”. Li chiama “lunatici che stanno rovinando tutto”. E ha aggiunto: “Spero che ogni paese faccia lo stesso”. È un appello globale all’uniformità repressiva. La libertà di pensiero è considerata una minaccia. Le proteste sono “disordini”. Le opinioni divergenti, “atti ostili”.

Un tempo, negli Stati Uniti, si accoglievano studenti e studiosi proprio per difendere la libertà d’espressione. Ora si vieta l’accesso a chi la esercita. È il ribaltamento perfetto: il Paese che si dice faro della democrazia mondiale sta costruendo una lista nera digitale in nome dell’ordine. Chi dissente non è più benvenuto. Chi parla troppo, non parla più. E chi osserva in silenzio, dovrebbe iniziare a preoccuparsi.