Mentre continuano i bombardamenti sulla Striscia di Gaza, in Cisgiordania e in Libano, l’esercito israeliano (IDF) di Netanyahu ha lanciato un’offensiva anche in Siria. Col passare dei giorni, il conflitto mediorientale, anziché avviarsi verso una conclusione, torna a infiammarsi e a spaventare il mondo intero.
Che la guerra abbia raggiunto una nuova e sanguinosa fase lo ha chiarito il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, secondo cui “abbiamo cambiato marcia nella Striscia di Gaza. L’IDF sta conquistando territorio, colpendo i terroristi e distruggendo le infrastrutture”. Secondo il leader di Tel Aviv, Israele si sta “impossessando della Morag Route”, che diventerà una nuova zona cuscinetto in aggiunta al già noto “corridoio Philadelphi”.
L’escalation a Gaza appare tutt’altro che prossima all’esaurimento. Netanyahu ha infatti aggiunto di stare “dividendo la Striscia” al fine di “aumentare la pressione passo dopo passo, in modo che i nostri ostaggi ci vengano consegnati. E più a lungo non ce li riportano indietro, più aumenteremo la pressione” su Hamas.
Negoziati in stallo
Minacce che, tuttavia, non hanno smosso il gruppo terroristico, il quale ha ufficialmente respinto la proposta israeliana per il rilascio degli ostaggi in cambio di una nuova – e breve – tregua. A darne notizia è l’agenzia AFP, che cita due funzionari di Hamas secondo cui la proposta di Tel Aviv non offrirebbe alcuna garanzia di una pace duratura. Il rischio, a loro dire, è che una volta restituiti gli ostaggi, la guerra riprenderebbe come se nulla fosse.
Ma non è tutto. Gli stessi membri del movimento palestinese hanno dichiarato all’AFP che Israele, forte del sostegno statunitense, starebbe continuando a “bloccare una proposta avanzata da Egitto e Qatar, nella speranza di far deragliare qualsiasi accordo”.
Che la trattativa sia complessa – se non del tutto impossibile – lo si evince anche dalle parole del ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, secondo cui “la guerra finirebbe domani se Hamas accettasse di liberare gli ostaggi e lasciasse Gaza”. Un aut-aut che, di fatto, equivarrebbe alla fine politica e militare del gruppo palestinese e che, secondo diversi analisti occidentali, dimostra come l’amministrazione Netanyahu non sia disposta a fare concessioni, preferendo proseguire la campagna militare.
Netanyahu seppellisce le trattative di pace bombardando la Striscia di Gaza, il Libano e la Siria
Con la diplomazia paralizzata, si susseguono i martellanti raid sulla Striscia. Secondo la rete qatariota Al Jazeera, i bombardamenti hanno colpito soprattutto Gaza City e una tendopoli nei pressi di Khan Younis, provocando almeno 62 morti e un numero imprecisato di feriti.
Le operazioni militari sembrano destinate ad aggravarsi ulteriormente: l’IDF, in vista di un nuovo ampliamento dell’offensiva, ha ordinato agli abitanti di Shujaiya, Al Jadida, Turkman e Zaitun orientale di evacuare, annunciando che “a breve opereremo con estrema forza nella vostra zona”.
La situazione peggiora anche in Cisgiordania, dove i tank israeliani hanno attaccato la città di Silat al Harithiya, a ovest di Jenin, uccidendo diverse persone, tra cui un quindicenne.
Botta e risposta tra Netanyahu e il governo della Siria
Ancora più preoccupante è il rapido allargamento dell’escalation a gran parte del Medio Oriente: aerei da guerra israeliani hanno bombardato la città di Naqoura, nel Libano sud-occidentale. I combattimenti si sono estesi anche alla Siria, dove l’IDF, attaccando la città di Deraa, ha dichiarato di aver “eliminato” diversi uomini armati che, secondo l’esercito israeliano, si preparavano ad attaccare postazioni militari nel Paese.
Una ricostruzione smentita con forza dalle autorità siriane, secondo cui l’attacco avrebbe colpito civili. Damasco ha denunciato alla comunità internazionale quella che definisce una “flagrante violazione” della propria sovranità.
“Questa ingiustificata escalation è un deliberato tentativo di destabilizzare la Siria e aggravare le sofferenze del suo popolo”, è stato il commento delle autorità siriane.
A queste dichiarazioni ha replicato il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, affermando che gli attacchi contro aeroporti e infrastrutture militari a Homs, Hama e Damasco rappresentano “un messaggio chiaro e un avvertimento per il futuro: non permetteremo che la sicurezza dello Stato di Israele venga danneggiata”.
“Chi permette alle forze ostili a Israele di entrare in Siria e di mettere in pericolo i nostri interessi di sicurezza pagherà un prezzo molto alto”, ha concluso.