Nella Striscia di Gaza continua l’escalation di Netanyahu. I raid non risparmiano scuole e ambulanze, provocando almeno 112 morti in 24 ore

Nella Striscia di Gaza continua l'escalation di Netanyahu. I raid non risparmiano scuole e ambulanze, provocando almeno 112 morti in 24 ore

Nella Striscia di Gaza continua l’escalation di Netanyahu. I raid non risparmiano scuole e ambulanze, provocando almeno 112 morti in 24 ore

Dalla ripresa delle ostilità, avvenuta il 18 marzo scorso, quello appena concluso è stato senza dubbio il giorno più nero per la Striscia di Gaza. Infatti, nel volgere di appena 24 ore e a causa degli intensi bombardamenti da parte dell’esercito israeliano (IDF), nell’enclave palestinese hanno perso la vita almeno 112 persone, tra cui una trentina di minorenni.

Di queste vittime, ben trentatré sono state registrate all’interno di altrettante scuole-rifugio finite nel mirino dell’IDF. Strazianti le immagini che provengono dai cronisti presenti sul posto, con numerosi corpi senza vita a terra e un numero incalcolabile di feriti. “La gente cerca di andare negli ospedali pensando che non possano essere attaccati secondo il diritto internazionale. Ma nel profondo sono preoccupati. Qui non c’è niente di sicuro perché non puoi mai sapere quale edificio verrà colpito”, è quanto riporta da Gaza il cronista di Al Jazeera, Hani Mahmoud.

Netanyahu lancia una nuova massiccia offensiva nella Striscia di Gaza

Scene apocalittiche che, purtroppo, rischiano di ripetersi. Questo perché il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, non sembra disposto a trattare con Hamas e appare deciso più che mai a continuare il conflitto fino alla completa distruzione del movimento terroristico palestinese. A riprova di ciò, la sua decisione – già operativa – di intensificare la campagna militare su tutta la Striscia di Gaza. Infatti, ricevuto l’ordine dal leader di Tel Aviv, l’esercito israeliano ha annunciato di aver lanciato una nuova offensiva di terra a est di Gaza City “per espandere la zona di sicurezza” stabilita all’interno del territorio palestinese.

Le truppe hanno incontrato poca resistenza, riuscendo – secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’IDF – a eliminare “numerosi terroristi e smantellare le infrastrutture terroristiche di Hamas, tra cui un centro di comando e controllo che serviva ai terroristi per pianificare e lanciare attacchi terroristici” contro Israele. In risposta, i miliziani della Jihad Islamica Palestinese, alleata di Hamas, hanno rivendicato il lancio di un razzo – fortunatamente intercettato senza causare danni o feriti – verso il kibbutz Nahal Oz, nella zona di confine tra lo Stato ebraico e l’enclave palestinese.

La rassegnazione dell’Onu

Davanti a questa nuova recrudescenza del conflitto, le Nazioni Unite continuano a chiedere a Netanyahu di fermare le ostilità e di tornare a trattare per porre fine a una guerra che, da quasi due anni – ad eccezione della breve pausa siglata a gennaio e durata appena due mesi – infiamma il Medio Oriente. Appelli che, purtroppo, restano inascoltati, aggravando irrimediabilmente il dramma vissuto a Gaza. Secondo quanto denuncia su X l’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), “il 65% della Striscia è soggetto a divieto di accesso, o sottoposto a ordine di sfollamento da parte dell’IDF, oppure a restrizioni che impongono il permesso israeliano alle operazioni umanitarie”.

Proprio il lavoro dei volontari è reso a dir poco arduo dallo stop all’ingresso degli aiuti umanitari, disposto a inizio marzo da Netanyahu, e dai recenti raid israeliani che hanno preso di mira alcune ambulanze nella città di Rafah, causando la morte di 15 medici e operatori umanitari. Attacchi contro i volontari che, secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, “sollevano ulteriori preoccupazioni sui crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano” e per i quali lo stesso chiede di avviare “un’indagine indipendente, rapida e approfondita” per chiarire cosa sia davvero successo, visto che l’IDF ha tentato di giustificare gli attacchi affermando che i bersagli erano “un gruppo di terroristi”, senza però riuscire a convincere la comunità internazionale.