Michele Gubitosa, in qualità di Vicepresidente del M5S, immagino che per lei oggi non sia un giorno qualsiasi. È il sabato in cui si scende in piazza contro il riarmo, appuntamento promosso dalla sua forza politica. Cosa si aspetta da questo 5 Aprile di mobilitazione?
“Mi aspetto che finalmente venga data voce alle vere esigenze del nostro Paese. Ogni giorno gli italiani si trovano costretti a lottare, devono affrontare ostacoli enormi: carovita, bollette alle stelle, salari fermi agli anni ’80 e con un potere d’acquisto ormai ridicolo, un crollo industriale inesorabile che va avanti da due anni a questa parte e che il governo non è in grado di arrestare, liste d’attesa interminabili in sanità. E a tutto questo, si aggiunge la sciagura dei dazi, l’ennesimo fallimento di Meloni e dei suoi. L’attenzione del governo, invece, è tutta indirizzata verso il folle piano di riarmo da 800 miliardi delle sorelle di Germania Meloni e von der Leyen, che peserà per oltre 30 miliardi sul nostro Paese. Un piano che avrà l’unico risultato di gettare ulteriore benzina sul fuoco in un momento nel quale sarebbe al contrario necessaria maggiore diplomazia. 30 miliardi sono l’equivalente di una manovra, si potrebbe intervenire su tutte le priorità dei cittadini: carovita, salari, imprese, sanità. Meloni, invece, preferisce comprare missili e carri armati e ingrassare le industrie di armi. Dalla piazza mi aspetto un sonoro ‘no’ a tutta questa follia”.
Solo lo scorso 15 marzo abbiamo visto un’altra piazza riempirsi – quella nata da un’idea di Michele Serra – con la partecipazione del PD, ma non del M5S. Come direbbe Nanni Moretti: “mi si nota di più se non ci sono”? Quali le differenze sostanziali tra le due piazze? Ricordiamo la presenza dei due leader di AVS a entrambi gli appuntamenti.
“La differenza è nella chiarezza del messaggio. Noi diciamo no al riarmo, no a ulteriori 800 miliardi gettati in armamenti, no a un’ulteriore escalation militare e portiamo in piazza le vere esigenze del Paese. La manifestazione del 15 marzo, al contrario, era molto ambigua. Qual era il messaggio, lei me lo sa dire? Si diceva che fosse ‘una piazza per l’Europa’: quindi a favore degli 800 miliardi in armi, dobbiamo supporre. A favore dell’economia di guerra e dei kit di emergenza pubblicizzati per spaventare i cittadini. A favore di chi ha volutamente sabotato le possibili soluzioni negoziali sull’Ucraina, si è fatto scavalcare dagli Stati Uniti e ora spinge in direzione opposta all’accordo, sulla pelle degli ucraini. Noi siamo profondamente europeisti e ci riconosciamo nei valori fondativi che Meloni ha calpestato in Parlamento per fabbricare l’ennesima arma di distrazione di massa. Vogliamo però essere liberi di discutere le azioni delle attuali istituzioni europee, dell’attuale Commissione von der Leyen, che vuole farci indossare l’elmetto per difendere l’Europa. Ma da chi? Rifiutiamo la logica della guerra di civiltà, perché esattamente come le altre guerre porta solo odio. E alcuni interventi da quel palco del 15 marzo lo hanno plasticamente dimostrato”.
Tra le critiche che vi vengono mosse, c’è quella secondo cui le posizioni della Lega e del M5S contro il riarmo sono perfettamente sovrapponibili. È così? O ci sono dei distinguo?
“C’è una differenza fondamentale. Noi portiamo avanti un’idea coerente, parliamo da anni di soluzione negoziale in Ucraina, denunciamo il genocidio in corso a Gaza, ci opponiamo in tutti i teatri di guerra a pericolose escalation. Crediamo nella forza della diplomazia e diciamo no a inutili e pericolosi piani di riarmo che tolgono risorse alle vere esigenze di famiglie e imprese italiane. La Lega, al contrario, dice di opporsi al Rearm Eu, ma poi quando Meloni ha riferito in Aula sul tema ha votato convintamente a braccetto delle altre forze di maggioranza. Per non parlare di tutti i voti favorevoli all’invio di armi a Kiev. È un mero calcolo politico: finge di opporsi alle azioni della premier in sede europea per ottenere qualcosa in cambio a livello nazionale. È un triste gioco delle parti”.
Sulla scena internazionale, Il trumpismo sta rivelandosi un vero tsunami per gli equilibri geopolitici e per la ridefinizione dei rapporti commerciali. Conte era presidente durante il primo mandato di Trump, la Meloni durante il secondo. Dazi allora, dazi oggi. Quale la differenza di risposta dei due leader nella relazione con Trump?
“La stessa differenza che c’è tra le parole e i fatti. Ai tempi del primo mandato di Trump, il presidente Conte avviò una seria e serrata trattativa che portò a risultati concreti, perché strappò condizioni migliori per l’Italia rispetto a molti altri Paesi europei. Penso soprattutto a diversi prodotti enogastronomici, autentiche eccellenze del nostro tessuto produttivo, che vennero esclusi dai dazi. Oggi, invece, Meloni ha preferito millantare un filo diretto, un rapporto privilegiato, senza fare niente per evitare il disastro. Ha semplicemente aspettato che la mannaia di Trump calasse sui nostri prodotti, sulle nostre imprese, sul nostro Made in Italy, che evidentemente per questo governo è utile solo per dare il nome ai ministeri. Ora ha garantito che si metterà al lavoro per avviare una trattativa con gli Stati Uniti. Cara Meloni, sei in drammatico ritardo: sapevamo da mesi quello che sarebbe successo e infatti gli altri grandi Paesi europei hanno già messo in campo risorse e risposte industriali. Le Borse bruciano miliardi su miliardi, ma mentre gli altri leader difendono i loro Paesi con misure immediate, Meloni minimizza e convoca il Consiglio dei ministri per discutere di sicurezza. Siamo in ottime mani”.
Nella diversificazione dei mercati, l’accordo della via della Seta oggi si sarebbe rivelato utile? Ricordiamo che ne siamo usciti nel 2023 su iniziativa del governo Meloni, preferendo un piano alternativo triennale con Pechino.
“Quell’accordo, oggi, sarebbe stato molto prezioso. Certo, dobbiamo reagire in maniera muscolare con controdazi, possibilmente a livello europeo, ma non può bastare. Dobbiamo sicuramente cercare altri mercati per il nostro export. La via della Seta ha permesso all’export italiano di fare un autentico boom, ma Meloni l’ha cancellata per motivi ideologici e ora a pagare sono le nostre imprese e i loro lavoratori. Ovviamente, sarà anche fondamentale bilanciare la riduzione del Pil a cui andremo necessariamente incontro, con una serie di investimenti pubblici che possano alimentare la domanda interna e i consumi dei cittadini. Sarebbe fondamentale per un Paese come l’Italia, che già oggi soffre una crescita asfittica. Purtroppo, però, il governo Meloni ha già più volte dimostrato assoluta incapacità: penso ai salari reali in calo, all’inflazione non contrastata, al fallimento del taglio del cuneo e del piano Transizione 5.0. Per non parlare del crollo della produzione industriale degli ultimi due anni. Con questo curriculum, se ci aspettiamo che il governo sia in grado di rispondere ai dazi, stiamo freschi”.
L’aggressività commerciale della Cina fa comunque paura, uno degli attriti principali con l’Europa è sulla produzione dei veicoli elettrici. Come salvare il nostro Paese dalla crisi dell’automotive?
“Innanzitutto, cambiando governo. Con l’esecutivo attuale, purtroppo, il settore è semplicemente spacciato. Il governo Meloni, tramite il tragicomico ministro Urso, ha tagliato quasi cinque miliardi dal fondo dedicato all’automotive. Questa destra, incapace e pericolosa, continua a dare la colpa di questa crisi al Green Deal, tanto che la sospensione del piano è stata una delle prime, geniali proposte di Meloni per ribattere ai dazi di Trump. Al settore dell’automotive non serve fare un salto indietro di trent’anni, ma al contrario dei passi avanti. Non serve una ridicola conversione per soddisfare la furia bellica di Meloni e von der Leyen, serve un piano industriale serio, che guardi al futuro e a un modello nuovo. Che garantisca lavoro e salari dignitosi alle donne e agli uomini che rappresentano la vera forza del comparto e non soltanto profitti miliardari alle multinazionali e vergognose buonuscite ai dirigenti responsabili del disastro. Ma se dobbiamo sperare che sia questo governo a trovare le soluzioni per l’automotive, temo che finiremo per assistere solo al suo totale smantellamento”.