La Sveglia

L’Italia non lo nomina, il Venezuela non lo libera

Alberto Trentini è ancora prigioniero in Venezuela senza accuse. Serve un gesto politico. Serve che Giorgia Meloni pronunci il suo nome.

L’Italia non lo nomina, il Venezuela non lo libera

Da 140 giorni Alberto Trentini non ha più volto, più voce, più nome. È un italiano incensurato, prigioniero in Venezuela senza accuse, senza processo, senza diritti. Lo hanno preso all’aeroporto di Caracas mentre lavorava per una Ong premiata con il Nobel, e da allora nessuno sa nemmeno dove sia. Non una visita consolare, non una telefonata, nessuna comunicazione ufficiale. Solo silenzio.

Alberto non ha doppia cittadinanza, non ha scheletri da negoziare, non ha altro che la sua fedina penale pulita e il suo passaporto italiano. Ed è questo il punto: è italiano. Solo italiano. E lo è anche nel momento in cui il suo Paese lo dimentica. O meglio, lo seppellisce sotto le scartoffie diplomatiche. Due lettere della madre alla presidente del Consiglio, nessuna risposta. Neanche una parola in pubblico. È stato rapito da uno Stato, non da una banda. È merce di scambio per un governo che vuole legittimazione, mentre l’Italia tace. E se fosse il figlio di qualcun altro? Di un ministro, di un sottosegretario? Sarebbe ancora lì?

Non servono più digiuni a staffetta o petizioni da firmare con la speranza tra le dita. Serve un gesto politico. Serve che Giorgia Meloni pronunci il suo nome. Che dica: Alberto Trentini è un cittadino italiano e vogliamo riportarlo a casa. Serve adesso. Perché ogni giorno in più è una complicità. Perché salvare Alberto non è solo una prova di forza diplomatica, ma un dovere umano. Perché chi è partito per aiutare i più fragili non può essere abbandonato dai forti. E perché, se il governo non lo fa, allora non è l’Italia che difende i suoi. È l’Italia che li dimentica.