Donald Trump ha annunciato i tanto attesi dazi. Luigi Ventura, professore di Economia Politica e Financial Economics all’Università Sapienza di Roma, quella del presidente statunitense è una mossa che ha senso per l’economia Usa?
“L’economia Usa presenta uno squilibrio commerciale molto rilevante, in termini quantitativi, nei confronti di tanti partner commerciali, e tra questi sicuramente l’Unione europea, per le cui esportazioni gli Usa costituiscono il principale mercato di sbocco. Nel caso di un’economia così grande e così aperta come quella statunitense, i dazi potrebbero ridurre il disavanzo commerciale, di sicuro penalizzando i consumatori e quei settori la cui produzione dipende, in modo cruciale, dall’importazione di beni e servizi che servono da beni e servizi intermedi”.
Trump ha mostrato una tabella con i dazi che fanno pagare i partner commerciali degli Usa (come il 39% dell’Ue): si tratta di dati strampalati, fuorvianti o basati su cifre reali?
“Credo si tratti di tariffe “effettive”, e cioè di percentuali che esprimono il grado di protezione effettivo generato dalle tariffe nominali. L’introduzione delle tariffe genera infatti un aumento del valore aggiunto prodotto dai settori “protetti”, anche diversi da quelli direttamente interessati dalle stesse tariffe. Questo aumento di valore aggiunto, che tiene conto delle interazioni tra i settori produttivi, in percentuale può essere anche di molto superiore rispetto alle tariffe nominali. È chiaro che per capire se le cifre fornite sono corrette occorrerebbe entrare nel merito del calcolo, che almeno in parte dipende dal modello adottato, ma in teoria sono possibili”.
Quale sarà l’impatto dei dazi a breve termine? Quali saranno le conseguenze immediate delle tariffe Usa?
“L’effetto immediato sulle nostre economie sarà una riduzione delle esportazioni per i settori colpiti dai dazi. Questo si traduce in una riduzione della domanda aggregata, e quindi anche della crescita del Pil. È per questo che sono state riviste al ribasso le previsioni di crescita del Pil dell’Unione europea, di poco per il 2025, ma di quasi mezzo punto percentuale per il 2026. Si tratta poi di previsioni medie sui Paesi colpiti dai dazi, che nascondono certamente differenze importanti. Naturalmente i partner commerciali più rilevanti degli Usa saranno colpiti più duramente. Tra questi, potenzialmente, figura l’Italia che in Ue è il terzo paese in termini di esportazioni verso gli Usa, dopo la Germania e l’Irlanda”.
E quali saranno, invece, gli effetti a lungo termine, per gli Usa e per l’Ue?
“È molto difficile prevedere l’impatto a lungo termine di tariffe generalizzate, soprattutto perché cruciali risulteranno eventuali contromisure adottate dall’Unione europea, e anche il tipo di contromisure adottate. Data l’estrema rilevanza commerciale degli Usa possiamo aspettarci che l’aumento dei prezzi all’interno del mercato statunitense (possibilmente attenuato dal comportamento delle imprese esportatrici, che potrebbero ridurre i propri margini di profitto per evitare un calo drastico delle esportazioni) sia accompagnato da una riduzione del prezzo mondiale degli stessi beni e servizi. Potranno anche verificarsi effetti di sostituzione delle importazioni Usa con prodotti locali e cambiamenti nella composizione del tessuto produttivo. Lo stesso potrà avvenire nei paesi Ue, dato che le tariffe avranno verosimilmente un impatto sui valori aggiunti delle diverse branche produttive. Tutto questo, diciamo, “a bocce ferme”, perché molto dipenderà, come già detto, dalle eventuali reazioni dell’Unione europea, e da eventuali altre misure adottate dagli Usa in reazione a quelle. In definitiva, ad oggi gli effetti sono molto difficilmente prevedibili con accettabile grado di precisione”.
Per l’Italia quali sono i rischi concreti?
“Per l’Italia i rischi sono quelli di una contrazione dei settori che esportano di più negli Usa, e cioè quello dei macchinari industriali, dei prodotti farmaceutici, dei veicoli commerciali, dell’elettronica e dei prodotti alimentari. L’Italia, poi, ha recentemente aumentato il suo avanzo commerciale nei confronti degli Usa, portandolo a circa 40 miliardi di euro (equivalenti da soli a circa l’1,8% del Pil del 2024). Questo rilevante contributo alla generazione del Pil sarebbe certamente ridotto dall’applicazione delle tariffe”.
L’Ue deve rispondere duramente? Una guerra commerciale penalizzerebbe più il Vecchio Continente o gli Usa?
“La guerra, anche se “solo” commerciale, non è mai una buona idea. In generale, non è opportuno rispondere ad una misura che introduce distorsioni nell’economia globale con misure che ne introducono altre. Alla fine, una guerra commerciale penalizzerebbe un po’ tutti … Ci sarebbe una contrazione molto forte degli scambi, con ripercussioni importanti sul settore produttivo e sul benessere dei consumatori. Quindi, l’idea del ministro delle Finanze tedesco di indirizzare la discussione verso la creazione di una zona di libero scambio con gli Usa, per quanto naturalmente costituisca un progetto di medio o lungo termine, può servire a rasserenare gli animi degli operatori e dei responsabili di politica economica, e potrebbe costituire una soluzione di lungo termine”.