La guerra dei dazi entra nel vivo e manda a tappeto i mercati europei. La risposta cinese alle tariffe imposte da Donald Trump – con sovrattasse del 34% su tutti i beni Usa – ha infatti acceso lo scontro commerciale. A farne le spese le Borse europee che sprofondano. A partire da Milano che ieri ha segnato -6,5%, azzerando quasi completamente i guadagni da inizio anno (47 miliardi di euro). Male anche Francoforte (-5,32%), Londra (-4,94%) e Parigi (-4,26%).
I due giorni peggiori della storia moderna di Wall Street: bruciati 5.000 miliardi di dollari
E se i dazi di Donald sono un uragano per Europa e Asia, non sono certo miele per Wall Street. Lo dimostra il fatto che tra giovedì e venerdì la borsa di New York ha bruciato circa 5.000 miliardi di dollari, la maggior perdita in due giorni mai registrata nella storia. A dirlo sono i dati resi noti da FactSet e Dow Jones Market Data. Non solo, il mercato azionario statunitense ha perso quasi 10.000 miliardi di dollari di valore dall’Inauguration Day, il giorno (17 gennaio) dell’insediamento del presidente statunitense.
Ma Trump invita a investire negli Usa: “Diventerete ricchi”
Brutte notizie che però non hanno agitato il tycoon, che anzi sui social ha prima incoraggiato gli investitori ad andare negli Stati Uniti, assicurando che possono scommettere sulla sua agenda economica a lungo termine che non cambierà (“È un grande momento per diventare ricchi”), poi ha esortato il presidente della Fed, Jerome Powell, ad agire sui tassi di interesse. “Questo sarebbe il momento perfetto per il presidente della Fed Jerome Powell di tagliare i tassi di interesse. È sempre ‘in ritardo’, ma ora potrebbe cambiare la sua immagine, e in fretta. Tagli i tassi di interesse, Jerome, e smetta di fare politica”, ha postato su Truth.
Powell contro il tycoon: “Pericolo inflazione e disoccupazione, i tassi restano invariati”
Un invito rispedito subito al mittente. Per Powell infatti è probabile che l’inflazione negli Usa aumenti a causa dei dazi e resti elevata. “Ci troviamo di fronte a una prospettiva altamente incerta con rischi elevati sia di maggiore disoccupazione che di maggiore inflazione”, ha detto ieri Powell, “Mentre è altamente probabile che i dazi generino almeno un aumento temporaneo dell’inflazione, è anche possibile che gli effetti possano essere più persistenti”, ha aggiunto, affermando che la mossa migliore in questa situazione difficile è quella di mantenere i tassi in sospeso più a lungo.
Con i dazi, secondo Forum Ambrosetti, l’Ue perderà 104 miliardi di euro
Intanto si fanno i calcoli di quanto costerà la svolta protezionista di The Donald. Secondo l’analisi di The European House Ambrosetti (Teha) diffusa al Workshop Ambrosetti l’introduzione di dazi pari al 20% su tutte le esportazioni e pari al 25% su acciaio, alluminio e veicoli decise dagli Stati Uniti porterebbe ad un incremento dei costi doganali pari a 104,4 miliardi di euro per l’Unione Europea.
Germania e Italia sarebbero particolarmente colpite, con +34 e +14 miliardi di euro rispettivamente. In questo scenario, i settori più penalizzati sarebbero i macchinari (-3,43 miliardi di euro), l’automotive (-2,55 miliardi) e la farmaceutica (-1,58 miliardi), seguiti da agroalimentare (-1,34 miliardi) e moda (-1,16 miliardi).
Il piano: attaccare il dollaro, aggredendo debito pubblico e azioni
Teha ha anche proposto un piano per preservare il peso politico ed economico dell’Ue che passa per il rafforzamento delle alleanze strategiche verso mercati emergenti ad alto potenziale come Turchia, Giappone, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Lo studio invita poi ad “alzare i toni” a livello europeo in chiave di deterrenza, evidenziando la vera minaccia che temono gli Stati Uniti ossia un attacco a Wall Street e al dollaro.
In tale contesto viene ricordato che l’Ue detiene oltre 1.700 miliardi di dollari del debito pubblico americano e che i risparmiatori europei hanno in mano 9 trilioni in azioni americane. Le stime di Ambrosetti evidenziano che possibili incassi associati all’imposizione di dazi del 10% da parte dall’Unione Europea sulle azioni porterebbero a un incremento di 900 miliardi, oltre a 1.700 trilioni legati al rientro degli investimenti nel T-Bond.
Infine l’analisi individua come una contromossa da parte dell’Ue quella di coinvolgere maggiormente le multinazionali statunitensi che operano in Unione Europea, che impiegano 3,6 milioni di addetti e contribuiscono al 16,8% delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. In tal senso un tavolo di lavoro congiunto tra Ue e Stati Uniti potrebbe rivelarsi una leva cruciale per contrastare politiche protezionistiche e favorire un approccio più bilanciato alle relazioni commerciali, esercitando una pressione efficace sull’amministrazione americana