Ora che la “tempesta perfetta” dei dazi di Trump si è abbattuta sull’Europa e sul mondo, e in attesa di una risposta – auspicabilmente tempestiva – da parte degli interessati, la domanda sorge spontanea: quali e quanti saranno i danni per l’Italia e, soprattutto, per il mercato del lavoro? Come ricorda il professor Tommaso Monacelli su “lavoce.info”, lo scorso anno le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono state pari a 73 miliardi di euro (9% del totale). Stando ai calcoli di Monacelli, la scure di “The Donald” rischia di provocare danni all’export italiano per 6 miliardi nel breve periodo e, addirittura, per 45 miliardi nel lungo periodo.
“In alcuni settori la riduzione dell’export potrebbe essere molto significativa, e avere effetti rilevanti sull’occupazione domestica” segnala l’ordinario di Economia alla Bocconi, che cita ad esempio il comparto dei macchinari e dei veicoli. Ecco perché “mettere in atto politiche di sostegno a questi settori per favorire la transizione della produzione verso nuovi mercati sarà una sfida non solo italiana, ma di tutta l’Unione europea”. Già, i veicoli. È proprio il settore dell’automotive, stangato dal presidente Usa con dazi del 25% su tutte le vetture importate, a rischiare di pagare uno dei prezzi più alti in termini di posti di lavoro. Si parla di perdite fino a oltre 15mila occupati; fra 7mila e 10mila solo nella subfornitura, con pesanti conseguenze soprattutto al Nord Italia (Lombardia e Piemonte). Un’ecatombe. Più in generale, anche altre stime tratteggiano un futuro tutt’altro che roseo. Se la Svimez valuta una contrazione occupazionale di 57mila unità, ieri il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini ha rilevato che “per ogni 10% di calo dei volumi” il rischio è la “perdita di 15mila posti di lavoro in tutta Italia”.
Ancor più fosche sono state le previsioni della neosegretaria della Cisl, Daniela Fumarola, secondo cui la riduzione sarà di “oltre sessantamila posti di lavoro ogni anno”. Insomma: siamo al “si salvi chi può”. Nell’immediato, altresì, va scongiurato il rischio di fuga di aziende e capitali negli States. L’ipotesi avanzata da Illycaffè e Lavazza di spostare parte della produzione oltreoceano non è un buon inizio, ma potrebbe non rimanere isolata visti i 4.500 miliardi di dollari di sgravi fiscali in dieci anni messi sul piatto dal tycoon. L’Ue ha un’unica strada davanti a sé: reagire per non soccombere, senza ambiguità né distinguo, colpendo in primis le Big Tech a stelle e strisce. Per dirla con uno dei motti preferiti da Pertini: a brigante, brigante e mezzo.