L'Editoriale

Tacchi a spillo e borsette

Tacchi a spillo e borsette

Tacchi a spillo e borsette

Diciamoci la verità. La storia della Repubblica italiana è piena di politici incollati alla poltrona. Di ministri travolti dalle inchieste giudiziarie che hanno provato a resistere finché hanno potuto. Daniela Santanchè non è la prima e non sarà l’ultima di questo nutrito gruppo che popola le cronache parlamentari. Ma lo spettacolo andato in scena ieri in Parlamento, durante il suo intervento nel corso del dibattito sulla mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni (e respinta dalla maggioranza), ha consegnato all’opinione pubblica l’immagine di una ministra della Repubblica che ha derubricato i suoi guai giudiziari – il più rognoso legato all’accusa di truffa all’Inps sulla Cassa Covid – ad un episodio di classismo al contrario. In cui i bulli diventano i poveri che odiano i ricchi come se il suo crimine fosse quello di ostentare l’opulenza.

“Io sono l’emblema, lo rappresento plasticamente, di tutto ciò che detestate: sono una donna libera, porto i tacchi da 12 centimetri, ci tengo al mio fisico, amo vestirmi bene, sono quella del Twiga e Billionaire. Non ho nessun problema a dirlo qua in un’Aula del Parlamento: ebbene sì, ho una collezione di borse – ha rivendicato la ministra -. Mio padre mi ha insegnato che si ruba solo quello che si nasconde e io non ho nulla da nascondere. Voi non volete combattere la povertà, volete combattere la ricchezza”. Ma se l’abito non fa il monaco, a maggior ragione non basta un tacco a spillo né una borsetta griffata a vestire una carica istituzionale della disciplina e l’onore che l’articolo 54 della Costituzione impone a chi ricopre una funzione pubblica. Santanchè compresa.