L'Editoriale

Il giorno del giudizio

Il giorno del giudizio

Il giorno del giudizio

Voleva diventare il ponte tra l’Europa e gli Stati Uniti. Ma in attesa di essere convocata da Trump alla Casa Bianca, la premier Meloni ha dovuto ripiegare sul Congresso. Quello di Azione, però, dove si è consolata con gli elogi di Calenda (sono soddisfazioni!). Destreggiandosi tra il sostegno all’Ucraina, dopo la scommessa (miseramente persa) sulla vittoria contro la Russia, e quello all’amministrazione Usa a trazione sovranista che con il via libera ai dazi contro l’Europa, atteso per oggi, non farà sconti neppure all’Italia. Il Paese che tra i 27 dell’Ue rischia, peraltro, di pagare uno dei conti più salati della guerra commerciale dichiarata dagli Stati Uniti al Vecchio Continente.

Un equilibrismo degno del funambolico Philippe Petit, quello di Meloni, che ha attirato sul nostro governo la diffidenza dei partner europei per le sue posizioni troppo filo americane (vedi la contrarietà ai contro-dazi Ue) e quella degli stessi Stati Uniti che vedono nel sostegno incondizionato alla causa ucraina un ostacolo alla tregua che faticosamente Trump sta cercando di mediare per porre fine al conflitto. Il risultato è l’irrilevanza politica del nostro Paese sullo scacchiere internazionale. In balìa degli eventi che già lunedì, a 48 ore dal via ai dazi annunciati dagli Usa, con il crollo delle Borse europee hanno iniziato a farsi sentire. Il tempo del piede in due staffe per Giorgia e il suo governo sta volgendo inesorabilmente al termine. Dalla corsa al riarmo alla politica estera è arrivato il tempo delle scelte. E, forse, pure quello del giudizio degli italiani.