Contro l’oscurantismo a stelle e strisce, l’Europa spalanca i laboratori agli scienziati

L’Europa accoglie gli scienziati Usa cacciati da Trump: fondi, visti e libertà per chi difende scienza, clima e diritti.

Contro l’oscurantismo a stelle e strisce, l’Europa spalanca i laboratori agli scienziati

Mentre Donald Trump promette di “ripulire” le istituzioni scientifiche statunitensi dai ricercatori che si occupano di cambiamento climatico, vaccini, genere e migrazioni, l’Unione europea ha scelto un’altra strada: accoglierli. E mentre Trump smantella il principio stesso di ricerca libera e indipendente, Bruxelles risponde con fondi, visti agevolati e una dichiarazione politica chiara: la scienza qui è ancora un bene pubblico.

Il paradosso è evidente. Da un lato, una superpotenza tecnologica che rinnega i suoi stessi cervelli in nome di una crociata ideologica. Dall’altro, un continente che cerca di invertire decenni di “fuga dei cervelli”, tendendo la mano a chi oggi si trova marginalizzato nel proprio paese. I numeri sono eloquenti: solo l’università di Aix-Marseille ha ricevuto 150 candidature da studiosi statunitensi, provenienti da istituzioni come Yale, Stanford e Columbia. Non solo scienziati del clima o immunologi, ma anche storici, sociologi, ricercatori dell’NIH e della NASA. Gente che Trump definisce “radicale”. In Europa, invece, sono accolti come risorsa strategica.

Ricerca libera, fondi veri

La commissaria Ue per la Ricerca, Ekaterina Zaharieva, ha detto chiaramente che Bruxelles intende rendere la libertà di ricerca un principio giuridicamente vincolante dell’Unione. E ha annunciato il raddoppio dei fondi disponibili per gli studiosi americani che scelgono di trasferirsi: fino a 4,5 milioni di euro a progetto. “Europa può e deve essere il miglior luogo al mondo per fare scienza”, ha dichiarato davanti al Parlamento europeo. Un linguaggio raro, in tempi in cui anche da noi non mancano gli attacchi all’autonomia dell’università e ai temi ritenuti scomodi.

Nel frattempo, fioccano le iniziative locali: dal programma Atrae in Spagna a “Brains for Brussels” in Belgio, passando per fondi speciali a Berlino e un ponte del talento catalano da 30 milioni di euro. In Svezia, il Karolinska Institute rafforza le sue attività di supporto agli studiosi in fuga, mentre la VUB di Bruxelles apre un centro dedicato. Gli atenei, insomma, si stanno muovendo più in fretta della politica nazionale.

I cervelli non hanno dazi: l’Europa apre agli scienziati

Non è solo un’opportunità economica. C’è una responsabilità storica che aleggia su questo movimento: Zaharieva ha evocato la persecuzione degli intellettuali sotto i regimi nazifascisti. E l’editoriale firmato da otto scienziati tedeschi su Der Spiegel parla senza giri di parole di una possibilità unica per “invertire il brain drain” che ha svuotato l’Europa nel Novecento. Allora erano i nazisti a cacciare Einstein e Lise Meitner. Oggi è l’America di Trump a licenziare chi osa parlare di immunologia o di razzismo sistemico.

Di fronte a tutto questo, l’Europa ha un vantaggio: sui cervelli non si possono imporre dazi. Né si possono blindare con i muri. Quando un continente diventa rifugio per la conoscenza, si arricchisce senza togliere nulla a nessuno. E i laboratori riempiti da chi è stato espulso per aver detto la verità sono i migliori anticorpi contro il virus della censura.

Certo, non è una fiaba a lieto fine. I tagli alla ricerca colpiscono anche in Europa. La retorica anti-scientifica circola ovunque. Ma questo sforzo collettivo per attrarre studiosi americani è un segnale. Che dice chi siamo, e chi non vogliamo diventare. Se Trump chiude le porte, noi apriamo i laboratori. Se la Casa Bianca caccia chi studia l’inclusione, le università europee preparano visti e borse. Non per spirito missionario, ma perché la conoscenza, come la libertà, è una questione di sopravvivenza. E anche questa, sì, è politica.