Voto di scambio, arrestato Franco Alfieri: dieci misure cautelari eseguite dalla Dia di Salerno

Già sindaco e uomo di De Luca, è accusato di scambio elettorale politico-mafioso. Dieci in tutto le misure cautelari eseguite dalla Dia

Voto di scambio, arrestato Franco Alfieri: dieci misure cautelari eseguite dalla Dia di Salerno

È di stamattina l’arresto bis di Franco Alfieri. Ancora lui. Ex sindaco di Capaccio Paestum, già presidente della Provincia di Salerno, per anni uomo di fiducia del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. Stavolta l’accusa è di quelle che fanno tremare i polsi: scambio elettorale politico-mafioso. Insieme a lui sono dieci gli indagati, destinatari di misure cautelari eseguite dalla Direzione investigativa antimafia di Salerno tra Campania e Abruzzo. L’ordinanza, firmata dal gip su richiesta della Dda, ricostruisce un sistema articolato e persistente. E restituisce la fotografia di una politica che, per garantirsi la vittoria, si affida ai voti di chi controlla il territorio come fosse un’azienda.

Secondo l’accusa, Alfieri avrebbe stretto un accordo con Roberto Squecco, imprenditore locale già condannato per 416 bis e ritenuto organico al clan Marandino. In cambio dell’appoggio elettorale ricevuto nel 2019 per l’elezione a sindaco, Alfieri avrebbe garantito la permanenza nella disponibilità di Squecco di una struttura balneare già colpita da provvedimenti ablatori. La promessa avrebbe resistito finché la struttura non è stata in parte abbattuta, per ragioni di pubblica sicurezza. Da lì, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbero iniziate le minacce, recapitate ad Alfieri tramite figure interne al Comune: un agente della polizia municipale, un dipendente dell’ufficio cimiteriale e un’assessora che oggi risulta tra gli arrestati ai domiciliari per aver detto il falso all’autorità giudiziaria. Le pressioni non sarebbero bastate. Così Squecco avrebbe contattato tre soggetti provenienti da Baronissi per commissionare un attentato esplosivo contro Alfieri. Il progetto, documentato con mappe e sopralluoghi, non fu portato a termine per un mancato accordo economico..

Dove il voto è merce, e il potere non si vergogna

L’inchiesta è durata due anni, dal 2022 al 2024. E arriva dopo un primo arresto, quello del 3 ottobre scorso, in cui Alfieri era stato coinvolto in un’indagine su appalti truccati. Si era dimesso da ogni incarico politico.

Secondo gli atti, l’accordo elettorale sarebbe stato garantito anche dalla ex moglie di Squecco, consigliera comunale all’epoca dei fatti. Le accuse contestate a vario titolo agli indagati spaziano dal voto di scambio al tentato omicidio, dall’estorsione aggravata al traffico d’armi. Nel quadro spunta anche il possesso di mitragliette Uzi e Kalashnikov. Tutto questo per mantenere una concessione balneare e l’egemonia sul voto locale. Tutto questo sotto la regia di una politica che preferisce i risultati ai metodi.

Una legalità episodica, un sistema che regge

Oggi il Comune di Capaccio Paestum è commissariato. Il senatore Iannone ha già annunciato la richiesta di atti in Commissione antimafia. Ma il problema non è nella reazione. Il problema è nell’assuefazione. È nella leggerezza con cui un’intera architettura politica ha fatto finta di non vedere, ha protetto, promosso e usato. Alfieri è stato per anni raccontato come amministratore modello. Ora il suo nome è citato in un’ordinanza per voto di scambio mafioso. Nessuno chiede scusa, nessuno fa un passo indietro. In certi territori, la legalità è un’ipotesi. Il potere, invece, resta sempre una certezza.