Con l’avvicinarsi della fine della prima fase dell’accordo per il cessate il fuoco, siglato tra Hamas e Israele a gennaio, e di fronte al perdurante stallo nei negoziati di pace che dovrebbero definire il secondo step della tregua, cresce di ora in ora il pessimismo per una possibile ripresa dei combattimenti a Gaza. A darne notizia sono i media dell’area, con il sito di notizie Walla che riporta la dichiarazione di una fonte anonima del governo israeliano, secondo cui l’accordo sul cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi è “sull’orlo del collasso”. Nell’amministrazione di Benjamin Netanyahu aumenta la convinzione che sia necessario tornare in guerra per debellare definitivamente i terroristi di Hamas.
L’ipotesi di una ripresa del conflitto è ritenuta concreta da molti osservatori. Per scongiurare questa eventualità, i mediatori del Qatar, della Giordania e dell’Egitto stanno intensificando gli sforzi per ottenere l’estensione della durata della prima fase dell’accordo, iniziata il 19 gennaio e della durata prevista di 42 giorni, affinché possa proseguire durante il Ramadan, ovvero per tutto il mese di marzo. Secondo il quotidiano panarabo con sede a Londra Asharq al-Awsat, la trattativa è complessa ma non senza spiragli. Una fonte citata dal quotidiano ha dichiarato che “sono in corso discussioni e si intravede un possibile accordo”, precisando tuttavia che “la questione non è ancora stata decisa e serviranno altri giorni per definirla”.
A Gaza l’accordo per il cessate il fuoco è “sull’orlo del collasso”
In attesa di sviluppi, resta aperta la questione dei 602 detenuti palestinesi che Israele avrebbe dovuto liberare sabato scorso. Si tratta di una palese violazione degli accordi, motivata da Netanyahu come risposta ai macabri show con cui Hamas rilascia, di volta in volta, gli ostaggi israeliani ancora nelle sue mani. Questo mancato rilascio rischia di compromettere definitivamente la tregua.
Hamas ha più volte accusato Tel Aviv di aver bloccato i rilasci con l’intento di riprendere la guerra, chiedendo al primo ministro israeliano di rispettare i patti, altrimenti, ha avvertito, dovrà assumersi la responsabilità di “ciò che inevitabilmente accadrà”.
La situazione sembrava senza via d’uscita a causa dell’intransigenza di Netanyahu, ma secondo Channel 12 si starebbe sbloccando grazie a un accordo in base al quale Hamas trasferirà in Egitto i corpi di due ostaggi morti, mentre Israele rilascerà 301 dei 602 detenuti che avrebbe dovuto scarcerare sabato scorso. Se questa operazione dovesse concretizzarsi, non è escluso che la stessa formula possa essere riproposta con altre due salme in cambio dei restanti 301 prigionieri.
Detenzioni illegali, l’accusa della ong Healthcare Workers Watch a Netanyahu
Al centro dell’attenzione rimane la questione degli ostaggi israeliani e della contestuale liberazione dei detenuti palestinesi. Sul tema è intervenuta anche Healthcare Workers Watch (HWW), un’ONG medica palestinese, che ha affermato di aver ricevuto conferme sulla detenzione nelle carceri israeliane di 162 membri del personale medico della Striscia di Gaza, tra cui alcuni dei medici più esperti. L’organizzazione ha inoltre denunciato la scomparsa di altri 24 tra dottori e infermieri, prelevati con la forza dagli ospedali durante il conflitto dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF).
Muath Alser, direttore di HWW, ha dichiarato al Guardian che la detenzione di un gran numero di dottori, infermieri, paramedici e altri operatori sanitari di Gaza è illegale ai sensi del diritto internazionale e sta aggravando la sofferenza dei civili, privandoli di cure mediche essenziali.
“Il fatto che Israele prenda di mira la forza lavoro sanitaria in questo modo sta avendo un impatto devastante sulla fornitura di assistenza ai palestinesi, causando sofferenze estese, innumerevoli morti evitabili e l’eliminazione di intere specialità mediche”, ha affermato Alser.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha confermato le accuse, dichiarando che, secondo i suoi dati, sarebbero 297 gli operatori sanitari di Gaza tutt’ora detenuti. Accuse pesanti, alle quali, come già accaduto più volte nel corso di questa brutale guerra, l’amministrazione Netanyahu ha scelto di non rispondere.